Capitolo 7
come se venisse da Apollo stesso: ma ottiene su, pettegoli, e faccia l'alacrità,
per lui sta crescendo tardi."
"Questo libro", detto il barbiere, mentre aprendo un altro, "è i dieci libri del
'La fortuna di Amore', scritto da Antonio de Lofraso, un poeta sardo."
"Dagli ordini io ho ricevuto", disse il curato, da quando Apollo è stato
Apollo, e le Muse sono state Muse, e poeti sono stati poeti, così
buffo ed assurdo un libro come questo non è stato scritto mai, e nel suo modo esso
è il meglio ed il più singolare di tutta di questa specie che ha come ancora
apparso, e colui che non ha letto può essere sicuro lui non ha letto mai quello che
è delizioso. Lo dia qui, pettegola, per io faccio più conto di avere
lo trovi che se loro mi avessero dato un cassock di Firenze roba."
Lui lo mise da parte con soddisfazione estrema, ed il barbiere seguì, "Questi
quello venuto seguente è 'Il Pastore dell'Iberia', 'Ninfe di Henares', e
'Il Miglioramento intellettuale della Gelosia.'"
"Poi tutti noi dobbiamo fare", detto il curato, "è darli finito al
braccio secolare della donna di casa, e non chiede a me perché, o noi non possiamo mai
ha fatto."
"Questo prossimo è il 'de di Pastore Filida.'"
"Nessun Pastore che", disse il curato, "ma un cortigiano estremamente levigato; impedimento
sia preservato come un gioiello prezioso."
"Questo grande qui", disse il barbiere, è "chiamato 'La Tesoreria di
vari Poemi.'"
"Se non c'erano così molti di loro", detto il curato, "loro sarebbero più
condito: questo libro deve essere ripulito dalle erbacce e deve essere pulito delle certe volgarità
quale ha con le sue eccellenze; lo lasci sia preservato perché l'autore
è un l'amico di mio, e per riguardo verso altro più eroico e più alto
lavori che lui ha scritto."
"Questo", continuò il barbiere, "è il 'Cancionero' del de di Lopez
Maldonado."
"Anche", l'autore di quel libro disse il curato, "è un grande amico di
scavi, ed i suoi versi dalla sua propria bocca sono l'ammirazione di tutti che