Capitolo 10
voglia diventare di nuovo cavaliere-errante; " a che rispose Don Quixote, "Un
cavaliere-errante io morrò, e lasciò il turco venuto in giù o sale quando lui
piace, ed in come forza forte come lui può, ancora una volta io dico, Dio sa quello che
Io voglio dire." Ma qui il barbiere disse, "io chiedo alle Sue adorazioni di darmi permesso
dire una novella di qualche cosa che è accaduto a Siviglia che viene
quindi accarezza proprio ora allo scopo che mi dovrebbe piacere dirlo grandemente."
Don Quixote gli diede permesso, ed il resto si preparò ad ascoltare, e lui cominciò
così:
"Nel manicomio a Siviglia era un uomo che le sue relazioni avevano messo
là come essendo fuori di testa. Lui era un laureato di Osuna in diritto canonico;
ma anche se lui era stato di Salamanca, era l'opinione di più persone
che lui sarebbe stato arrabbiato tutto lo stesso. Questo laureato, dopo degli anni
di confino, lo prese nella sua testa che lui era sano ed in suo pieno
sensi, e sotto questa impressione scrisse all'Arcivescovo, mentre implorandolo
sinceramente, ed in lingua molto corretta, averlo rilasciato dal
disagio nel quale lui stava vivendo; per dalla misericordia di Dio lui ora aveva recuperato
la sua ragione perduta, sebbene le sue relazioni per godere la sua proprietà,
lo tenuto là, e, nonostante la verità, l'estenderebbe per essere arrabbiato
fino al suo giorno morente. L'Arcivescovo, si mosso da ripetuto assennato,
lettere bene-scritte, diresse uno dei suoi cappellani a fare indagine di
il manicomio come alla verità delle asserzioni dei licentiate, ed avere
un'intervista col matto lui, e, se dovesse apparire che lui
era nei suoi sensi, prenderlo e ripristinarlo alla libertà. Il
cappellano faceva così, ed il governatore l'assicurò che l'uomo ancora era arrabbiato,
e che sebbene lui parlò come una persona estremamente intelligente spesso, lui può
nell'interruzione di fine fuori in sciocchezze che in quantità e qualità
controbilanciato tutte le cose assennate che lui aveva detto prima, come sarebbe